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Quindici anni fa esordì la Fiat
Tipo. La conosciamo tutti. Un’auto estremamente razionale, forse troppo.
All’esordio lasciò molti automobilisti di stucco. Chi gradiva il design
delle ultime Ritmo, nata anch’essa come vettura “realizzata dai robot” e
diventata, a fine produzione, traboccante di orpelli estetici - che la
resero indiscutibilmente barocca -; rimase sbigottito nell’osservare la
disarmante semplicità stilistica della nuova media Fiat. Alcune soluzioni,
poi, come il portellone in materiale sintetico spaventarono i più ingenui.
Effettivamente bastava un tamponamento di discreta entità per fratturarlo e
magari ridurlo in pezzi. Questo preoccupò schiere intere di automobilisti,
ignoranti del fatto che i materiali sintetici, pur non avendo la
malleabilità della lamiera in caso d’urto, garantiscono la stessa protezione
del metallo, con un peso notevolmente inferiore… ma per molti la Tipo
diventò un auto di “plastica che si smonta per strada”. Ovviamente si tratta
di una diceria, di un luogo comune, purtroppo rafforzato dalla cronica
approssimazione negli assemblaggi dei rivestimenti interni (causa di
parecchi “rumorini”), e dal design della vettura, che non trasmetteva una
sensazione di adeguata “solidità”.
A questo punto è lecito chiedersi perché dedicare un dossier ad una vettura
che apparentemente non ha nulla di tanto eclatante. Apparentemente. In
realtà la Tipo è stata la primogenita di un ambizioso progetto che ha dato i
natali a tutte le medie - Fiat, Alfa Romeo e Lancia - degli anni ’90. E’
stato un esperimento che, mai prima d’allora, un costruttore aveva osato
compiere: realizzare un pianale capace di ospitare una decina di propulsori
completamente diversi, da vestire con altrettante carrozzerie differenti.
Purtroppo, nonostante le condizioni affinché la massima affermazione
arridesse alle varie vetture derivate, ci fossero veramente tutte;
nell’impostazione dei modelli qualcosa non ha funzionato (ed ha contribuito
al notevole calo d’immagine dei marchi di cui la casa madre ne sta pagando
le conseguenze). In questo dossier cercheremo di conoscere le
caratteristiche fondamentali del progetto TIPO e di capire cosa ha impedito
la buona riuscita commerciale dei prodotti di classe media del gruppo Fiat
prodotti a cavallo tra la fine degli anni ’80 ed il Duemila.
Quando si produce un’automobile, si produce un oggetto composto da un numero
notevole di componenti i quali, se prodotti in fabbrica specificatamente per
ogni modello farebbero lievitare di moltissimo i costi di produzione, è un
principio ineluttabile.
Per evitare tutto ciò si rende necessario uniformare un gran numero di
componenti (meccanici, elettronici e telaistici), in modo da renderli
utilizzabili per più modelli differenti. E’ chiaro che, più un particolare è
costoso da progettare e da industrializzare, più è conveniente renderlo
utilizzabile per più modelli. Ogni industria automobilistica ha somatizzato
in maniera personale questi concetti. Si pensi alle industrie americane che
propongono con marchi differenti lo stesso modello di automobile o,
paradossalmente, alle giapponesi e alle tedesche per le quali l’unificazione
dei pianali è un traguardo raggiunto solo da poco tempo.
Ho parlato di “unificazione dei pianali” proprio perché, il pianale
unitamente ad altri particolari strutturali come l’arco porta o il tetto, è
sicuramente la parte di un’automobile più complessa in assoluto da
progettare ed industrializzare.
IL VSS
La rivoluzione in questo campo avvenne grazie all’architetto Renzo Piano e
all’I.de.A. Institute che, nel 1981 presentarono un prototipo su base Fiat
Ritmo: il VSS. La sigla significa Veicolo Sperimentale a Sottosistemi
ed era una vettura realizzata secondo un nuovo concetto di produzione, in
base al quale è presente una scocca (anzi un telaio) in acciaio, come
elemento strutturale cui potevano essere ancorati pannelli (in questo caso
di materiale plastico) di carrozzeria dalle forme molteplici ed interi
“sottosistemi” prodotti ed assemblati esternamente come le sospensioni, il
gruppo motore-cambio, la plancia o l’impianto di illuminazione. Il tutto per
velocizzare la produzione e poter proporre contemporaneamente un’intera
gamma di modelli ognuno con la propria caratterizzazione stilistica.
L’estetica del VSS era chiaramente “sperimentale”, ma rendeva chiara l’idea
di quali fossero i “sottosistemi” della carrozzeria:
- Il frontale completo di cofano motore;
- Le fiancate e la forma dei passaruota;
- Le portiere;
- La parte posteriore completa;
- Il tetto.
“TIPO4”: il primo tentativo
Il VSS piacque e i suoi concetti furono immediatamente applicati alle
vetture allora in progetto, ovvero alle nuove ammiraglie Fiat, Lancia e
Saab. L’utilizzo di sottotelai semiportanti, per il gruppo anteriore
motore-cambio-sospensioni e il gruppo sospensioni posteriore, permise di
equipaggiare la scocca, comune alle tre vetture, due famiglie di propulsori
(Fiat e Saab) senza elementi in comune. Conferma dell’enorme duttilità del
progetto TIPO4 è stato il successivo sviluppo dell’Alfa 164, modello
realizzato autonomamente dall’Alfa Romeo e da Pininfarina, utilizzando le
parti già sviluppate per Croma, Thema e Saab 9000, accoppiate ai propulsori
Alfa e ad una scocca che mostrava un padiglione profondamente ridisegnato.
L’unificazione del progetto TIPO4 si spinse anche alla plancia che, per
quanto concerne i modelli Fiat, Lancia e Saab, utilizzava la stessa
impostazione di base e gli stessi impianti di ventilazione -
climatizzazione.
Ad esclusione della 164 (“tre volumi” disegnata da Pininfarina),
l’impostazione estetica dei modelli TIPO4 è stata studiata da Giugiaro il
quale è riuscito a realizzare un padiglione (portiere comprese) dal design
estremamente “neutro”, ovvero che non richiamasse alla tradizione di nessuno
dei tre marchi. Il compito di caratterizzare esteticamente le tre ammiraglie
era svolto dalle porzioni anteriore e posteriore e dall’impostazione della
carrozzeria che, per i modelli Fiat e Saab era “due volumi e mezzo con
portellone” e per la Lancia era una classica “tre volumi” (impostazione
utilizzata anche da Saab per le successive evoluzioni della sua 9000 ).
Globalmente il progetto riuscì benissimo, i quattro modelli (seppur con
parecchi difetti di gioventù) riuscirono ad affermarsi e soprattutto nelle
loro ultime evoluzioni, raggiunsero il vertice dei rispettivi segmenti di
mercato grazie a finiture curate e ad una difettosità pressoché scomparsa.
"TIPO2": il progetto definitivo
Gli ottimi risultati della TIPO4, incoraggiarono la Fiat a perseverare,
proseguendo lo sviluppo di un progetto ancora più ambizioso: realizzare
un’intera famiglia di vetture di classe media, con carrozzeria a due e tre
volumi, e con caratteristiche specifiche per i marchi Fiat, Lancia ed Alfa
Romeo. Successivamente, ai concetti iniziali, si aggiunse l’utilizzo della
trazione integrale e la possibilità di creare versioni tre porte delle due
volumi potendo, di riflesso, realizzare anche vetture sportive (coupè e
spider). Il progetto era conosciuto come TIPO2 e fu sviluppato con la
collaborazione dell’I.de.A. Institute. Come già sperimentato con la TIPO4,
la crazione di un pianale con tali caratteristiche impone il superamento di
ostacoli di notevole entità, soprattutto in previsione dell’installazione di
propulsori particolarmente potenti, che richiedono alla scocca ed al pianale
adeguata rigidità alle sollecitazioni. Per il montaggio del gruppo
propulsore-cambio-sospensioni, si optò per la stessa soluzione scelta per le
ammiraglie, ossia l’ancoraggio delle sospensioni e, in parte, del gruppo
motore-cambio ad un telaio semiportante, da assemblare successivamente alla
scocca. Per rendere agevole l’installazione di unità motrici differenti (per
lay-out e per volumetria), fu studiato un vano anteriore con le pareti
estremamente regolari. La scelta di utilizzare anteriormente il McPherson fu
fondamentale al fine di limitare l’ingombro in senso trasversale delle
sospensioni stesse e permettere di sviluppare al massimo in larghezza il
vano. Deputati ad assorbire l’energia, in caso di impatto frontale, erano
l’estremità dei longheroni anteriori ed una traversa inferiore a cui erano
ancorati i paraurti. Il “sottosistema” del frontale (calandra, gruppi ottici
e traversa superiore) era anch’esso separato dalla scocca e poteva essere
realizzato specificatamente per ogni modello. Posteriormente era previsto un
ulteriore telaietto ausiliario che fungeva da struttura portante per le
sospensioni. Ciò avrebbe consentito il montaggio di sospensioni dalle
molteplici geometrie, ovviamente nel rispetto dell’ingombro previsto in
origine. Il passo fu stabilito in 2540 mm, una misura notevole per vetture
del segmento C ed altrettanto “importante” per le berline del segmento
superiore. Per raffronto, la Volkswagen Golf IV, presentata dieci anni dopo
la Tipo e appartenente allo stesso segmento di mercato, ha un passo di
"appena" 250 cm.
La disposizione delle componenti della plancia segue, per tutti i modelli,
(ad eccezione della Fiat Tipo che monta un cruscotto dalla struttura
semplificata), le medesime regole. È possibile dividere il cruscotto in
quattro parti principali: una parte superiore, la fascia centrale, la
console e la porzione inferiore. Superiormente ritroviamo, a sinistra ed al
centro, gli alloggiamenti per la strumentazione, una bocchetta d’aerazione
di grandi dimensioni realizzata in funzione del montaggio del
climatizzatore, le feritoie per lo sbrinamento dei cristalli, poi, sul lato
destro un ripiano porta oggetti e, alle estremità, gli alloggiamenti degli
altoparlanti anteriori. La fascia centrale, racchiude quattro bocchette ad
altezza dei passeggeri per il condizionamento. La console centrale presenta
i comandi della climatizzazione, una zona immediatamente inferiore
disponibile per alloggiare comandi ausiliari, il portacenere con
accendisigari ed, in basso, l’autoradio. La porzione inferiore contiene il
vano portaoggetti, sul lato destro, mentre a sinistra c’è il sensore di
temperatura del climatizzatore automatico ed una zona all’estrema sinistra
che cela alcuni particolari dell’impianto elettrico. Centralmente, dopo il
cambio, è previsto l’alloggiamento di alcuni comandi secondari (retrovisori
e/o alzacristalli posteriori) e, tra gli schienali dei sedili anteriori, una
bocchetta d’aerazione supplementare dedicata ai passeggeri posteriori.
Questa la disposizione di massima della plancia. Le Alfa Romeo 145/146
presentavano un cruscotto concavo sul lato destro (privo di ripiano porta
oggetti) e le bocchette d’aerazione, destra e sinistra, poste sui pannelli
porta anziché alle estremità della plancia stessa.
Da segnalare l’utilizzo di levette multifunzione illuminate ai lati del
volante.
La leva di destra raggruppava i seguenti comandi:
- Interruttore lunotto termico (estremità);
- Tergicristallo ad una velocità continua e tre intermittenze regolabili
attraverso una ghiera con la possibilità di effettuare una singola battuta
per la pulizia del parabrezza (leva spostata in alto);
- Tergilunotto ad una velocità intermittente, attivabile ruotando una
seconda ghiera;
- Lavavetro, per azionarlo bisognava tirare la leva verso il volante;
- Lavalunotto, attivabile spingendo la leva verso la plancia.
La leva a sinistra prevedeva tutte le funzioni tipiche del comando devioluci
e il pulsante dei fari retronebbia.
L'apparentemente eccessiva complessità delle funzioni delle levette, e la
forma non proprio amichevole del particolare in sé ne rendevano complesso e
poco intuitivo l’utilizzo. Soprattutto, ai primi contatti, risultano
“strane” la scelta di avere tergicristallo ad una sola velocità continua con
ben tre livelli di intermittenza e l’eccessiva velocità di battuta delle
spazzole stesse. Le levette multifunzione non furono utilizzate per la Fiat
Coupè, le Alfa Spider/Gtv e le Fiat Bravo, Brava e Marea.
Il ricambio d’aria nell’abitacolo era affidato a due impianti di
ventilazione, uno semplificato privo del ricircolo ed uno con ricircolo a
comando elettrico o manuale. Erano poi disponibili un climatizzatore
manuale, uno automatico e, nei primi anni, anche un riscaldatore automatico,
dotato della stessa mascherina del climatizzatore ma privo, ovviamente, del
comando del compressore. Infine fu approntato anche un climatizzatore a
comando semi-automatico che non gestiva la distribuzione dei flussi. Tutti
gli impianti erano dotati di filtro antipolline.
Riassumendo, derivarono dal progetto TIPO2 (in ordine cronologico): Fiat
Tipo 5 porte, Fiat Tempra, Lancia Dedra, Alfa Romeo 155, Fiat Tipo 3 porte,
Lancia Delta, Fiat Coupè, Alfa Romeo Spider, Alfa Romeo Gtv, Lancia Delta
HPE, Alfa Romeo 145, Alfa Romeo 146, Fiat Bravo, Fiat Brava e Fiat Marea.
Sul fronte motoristico, il pianale TIPO2 fu in grado di ospitare:
- undici unità Fiat a quattro cilindri aspirati e turbo, benzina e diesel
(1108cc, 1242cc, 1372cc, 1581cc, 1596cc, 1747cc, 1756cc, 1995cc, 1697cc
diesel 1910cc diesel e 1929cc diesel);
- una unità Fiat a cinque cilindri (1998cc aspirato e turbo);
- una unità VM quattro cilindri a gasolio (2500cc);
- tre unità quattro cilindri Alfa Romeo “Twin Spark” (1749cc, 1773cc,
1995cc);
- quattro unità Alfa Romeo “Twin Spark” su base Fiat (1370cc, 1598cc,
1747cc, 1970cc);
- quattro unità Alfa Romeo “Boxer” a quattro cilindri (1351cc, 1596cc,
1712cc – disposti longitudinalmente);
- tre unità Alfa Romeo a sei cilindri (1996 cc turbo, 2492cc, 2959cc).
È bene ribadire che, a parte l’ultima famiglia di motori Alfa “Twin Spark”,
realizzata su base Fiat, tutte le restanti gamme di propulsori Fiat ed Alfa
Romeo non erano assolutamente imparentate tra loro ed erano state sviluppate
in tempi in cui le due aziende erano indipendenti. Nonostante le enormi
differenze in termini di lay-out (i boxer Alfa furono montati addirittura
longitudinalmente con cambio in linea, mentre tutti gli altri motori avevano
una disposizione motore-cambio trasversale), i tecnici, con grandissima
maestria, riuscirono ad adattarli al vano motore della TIPO2. E’ stato un
lavoro, sotto il profilo ingegneristico, che nessun altro costruttore ha più
avuto il "sangue freddo" di fare.
CHE COSA NON HA FUNZIONATO
Purtroppo, nonostante la validità dell’operazione, appare immediatamente
chiaro che di questa tecnologia, o meglio, dei principi che erano alla base
del VSS ne è stato fatto un abuso, molto probabilmente spinti dal notevole
risparmio ottenuto dalla produzione di modelli così eccessivamente
imparentati. Se sotto il profilo tecnico-motoristico ci si è sforzati di
mantenere l’identità dei singoli marchi, altrettanto non è stato fatto sotto
il profilo estetico. Non è un caso, infatti, che tra dodici modelli di
grande diffusione (escludendo le tre sportive) il successo ne abbia lambito,
ma soltanto “lambito”, esclusivamente i quattro che si differenziano
maggiormente per il design: Fiat Tipo/Tempra SW, Lancia Dedra e, in misura
minore, Alfa 145 e Fiat Bravo/Marea SW. Analizzandone gli altri, sempre in
ordine cronologico, emergono prepotentemente lacune notevoli in fase
d’impostazione.
La Fiat Tempra aveva una coda eccessivamente alta e tozza e la qualità, ed
il design, degli interni lasciavano eccessivamente perplessi. Idem per
l’Alfa 155, vettura più da guidare che da guardare (verrebbe da dire).
L’aver impostato la media Alfa come un modello “di transizione”, ovvero come
l’automobile che avrebbe dovuto esclusivamente passare il testimone tra
l’ormai anziana Alfa 75 e la succeditrice (che verrà solo nel ’97 e si
chiamerà 156) è stato un grandissimo handicap per la sua affermazione.
L’estetica sposava il design morbido del padiglione, tipico dei modelli
TIPO2, con un frontale teso, spigoloso ed affilato che avrebbe dovuto
essere, nell’intenzione dei designer, un’ evoluzione di quello dell’Alfa 75.
Stesso discorso vale per la coda, anche qui, come nella Tempra,
eccessivamente alta e mal raccordata all’abitacolo, e per alcuni vezzi
estetici (come la modanatura sul montante posteriore), “inspiegabili”.
L’assenza sulla versione “base” di una strumentazione completa (dove, la 75
presentava, tra gli altri, manometro dell’olio e check control), la scelta
di arredare l'abitacolo con elementi discutibili come alcuni tessuti ed i
poggiatesta schiumati (nelle prime serie utilizzati in luogo dei
rivestimenti in velluto della progenitrice) l’impianto di ventilazione di
base estremamente povero che non prevedeva neanche il ricircolo (era lo
stesso montato sulla Tipo e sulle prime Dedra) che invece c'era sulla
vecchia Alfa e il montaggio delle componenti dell’abitacolo, che aveva un
grado di approssimazione eccessivo; non permettevano di parlare di vettura
“ben fatta”. Ciliegina sulla torta fu l'ovvio pensionamento della trazione
posteriore.
Lo stesso discorso è applicabile alla Lancia Delta. L’aver affilato il
frontale ed aver eliminato il bagagliaio, rispetto alla Dedra, realizzando
una coda eccessivamente alta e corta, senza modificare l’arco porta, ha
partorito una compatta due volumi decisamente squilibrata che, ad una
porzione anteriore notevolmente armonica contrapponeva un posteriore
eccessivamente massiccio. Sotto il profilo tecnico, poi, la “Nuova Delta”,
seppure equipaggiata con lo stesso motore della precedente Delta Integrale,
non è riuscita a scalfire minimamente gli appassionati, indignati anche
dalla mancanza di una versione integrale del nuovo modello e dal conseguente
abbandono delle competizioni. L’assenza di una “Nuova Delta Integrale” si fa
decisamente strana evidenziando che il pianale TIPO2 prevedeva la trazione
sulle quattro ruote e che addirittura esisteva una versione a trazione
integrale della Dedra! A nulla sono valsi la disponibilità delle sofisticate
sospensioni elettroniche, un abitacolo ben disegnato e l’utilizzo di
materiali di qualità - a differenza dei modelli precedenti, ma sempre
caratterizzati da montaggi approssimativi -: di Lancia “Nuova Delta” se ne
sono vendute in sette anni meno di centomila unità.
Nel caso della 146, il design non è stato un grave handicap.Grazie alla
magnifica mano di De’ Silva, la vettura appariva come una riedizione della
33. Il problema era che non ne aveva le qualità. Chi ha guidato per dodici
anni un’Alfa 33, ha imparato a convivere con l’infinità di rumorini e di
scricchiolii che si propagava nell’abitacolo, è vero, ma ha anche (e
soprattutto) apprezzato l’estrema agilità del modello di Pomigliano. La 146,
seppur ben motorizzata, non è riuscita a dare le stesse emozioni trasmesse
dalla progenitrice (esclusa la critica manovrabilità del cambio nelle
versioni Boxer) e inoltre, ma è un parere soggettivo, ha raggiunto la
“maturità estetica” solo nelle ultime serie prodotte dopo il 1997, dotate di
nuovi paraurti, nuove prese d’aria frontali e di interni parzialmente
ridisegnati.
Per quanto riguarda la Brava e la Marea, l’insuccesso è riconducibile a due
fattori principali. Il primo riguarda il deciso cambio di rotta estetico
rispetto alle progenitrici (Tipo 5 porte e Tempra): chi ha apprezzato
l’estrema razionalità della Tipo non si sarebbe mai potuto trovare a proprio
agio su una vettura così caratterizzata come la Brava che, pur utilizzando
il medesimo pianale presentava un padiglione completamente ridisegnato e
molto meno “razionale”. Il secondo fattore d’insuccesso è riconducibile alla
stretta parentela con la Bravo che, nel caso della Marea, ha obbligato a
realizzare un modello dal design “incerto”, a metà strada tra il classico
(come impostazione dei tre volumi) e l’originale (il design dei gruppi
ottici posteriori, ad esempio). Altro grosso limite della Marea berlina è
stato l’utilizzo della stessa plancia delle Bravo/Brava. Si tratta di un
cruscotto ben disegnato e dalla foggia decisamente originale ma che è
altrettanto fuoriluogo in una berlina classica “per famiglie”.
Infine due parole per le versioni sportive. Purtroppo è qui che il pianale
TIPO2 ha mostrato pienamente le sue “debolezze”. La rigidità, che per le
berline era più che sufficiente (mostrava i suoi limiti solo su versioni
estreme come l’Alfa 155 Q4 o la Delta HF turbo da 193cv), diventava
insufficiente sulle versioni sportive, soprattutto per le Alfa Romeo. Se
alla Fiat Coupè si potevano perdonare alcune imprecisioni nella guida al
limite (che diventavano un “pochetto imbarazzanti” sulla versione da 220
cv), chi guidava un'Alfa Gtv o un’Alfa Spider, provenendo magari da una
vecchia GTV su base Alfetta o da una Duetto, non era disposto ad accettare
certe torsioni della scocca che compromettevano il “piacere di guida” sul
misto. Ed è stata una grande occasione mancata per le sportive Alfa Romeo
che ad oggi sono le uniche vetture col pianale TIPO2 rimaste in produzione.
Si spera che nel restyling imminente dei due modelli (le cui linee di
produzione sono passate da Arese a Pininfarina), sia previsto anche un
irrobustimento generale del pianale in modo da permettere il massimo
sfruttamento delle vetture (che vantano uno schema multilink posteriore
veramente notevole).
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Oggi i concetti introdotti dal VSS sono stati assimilati pienamente da tutti
i costruttori europei. L’integrazione operata da Fiat che, lo ricordiamo, è
stata apripista in questo campo correndo tutti rischi tipici delle
"avanguardie industriali" e pagandone il prezzo, è stata corretta da
costruttori, Volkswagen in testa, che hanno saputo trasformare questa
tecnologia in una miniera d'oro. Forse sarebbe bastato veramente poco per
far si che anche la TIPO2 diventasse un grande successo. Magari curare di
più il marketing, magari far esordire prima i modelli Alfa Romeo e Lancia e
poi i modelli Fiat (che nell’immaginario collettivo sono i meno
caratterizzati tecnicamente) anticipando ciò che ha fatto il gruppo VAG
facendo esordire prima i modelli Audi, successivamente i modelli Vw ed
infine farne derivare modelli Skoda, come nel caso del terzetto Audi A3 –
Volkswagen Golf / Bora – Skoda Oktavia che, inoltre, ha permesso a Skoda di
guadagnare tantissimo in immagine.
Purtroppo ciò non è stato possibile, non si poteva prolungare ulteriormente
la vita della Fiat Ritmo, dell’Alfa 33, della vecchia Lancia Delta o,
peggio, dell’Alfa 75. Sono stati modelli per i quali la produzione si è
protratta troppo a lungo - rispettivamente 10, 12, 14 e, nel caso del
pianale dell’Alfa 75, addirittura 20 anni - tanto da diventare
indispensabile sostituirle ad “ogni costo” anche con prodotti "di
transizione" o poco curati (come effettivamente è successo). Negli ultimi
anni si è cercato di correggere il tiro, prima con lo sviluppo (ahimè
infruttuoso) dei modelli Bravo, Brava e Marea, che non mostravano alcuna
discendenza dalla TIPO2, poi con l'impostazione di un pianale nuovo da cui
far nascere Alfa 156, Lancia Lybra ed Alfa 147. Fortunatamente, per l’Alfa
c’è stato un notevole recupero d’immagine, mentre per Lancia e Fiat, ormai,
“la frittata era fatta”.
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